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Regolamento Claims. Si applica anche alla comunicazione B2B

E a quella rivolta ai professionisti della salute.

Autori: Luca Bucchini
Fonte: rivista "Alimenti&Bevande" n. 9/2016
Data: 15/12/2016


Le modalità di comunicazione imposte dal regolamento (CE) 1924/2006 (il cosiddetto "regolamento Claims") sui benefici nutrizionali e salutari non sono state molto apprezzate in Italia da diversi operatori. In breve, il regolamento vieta l'uso di affermazioni pubblicitarie riguardanti tali benefici sui prodotti alimentari, se queste non sono state preventivamente vagliate, con una valutazione scientifica del più alto livello possibile, dall'Autorità europea per la Sicurezza alimentare (EFSA) ed autorizzate dalla Commissione europea, con il consenso, a maggioranza, degli Stati membri. Più che il principio, in realtà, le modalità applicative sono sembrate, ad alcuni, criticabili, soprattutto per quanto riguarda gli integratori alimentari, e limitanti, nella comunicazione ai consumatori.
Tuttavia, era interpretazione corrente che, al contrario, nella comunicazione ai professionisti, per esempio ai medici o ad altri operatori della salute, e in quella tra aziende (cosiddetta "business to business" o B2B), per esempio tra produttori di ingredienti e aziende che producono prodotti finiti, non si applicassero le rigidità imposte dal "regolamento Claims" e si potessero tranquillamente presentare studi o anche dati preliminari per presentare i proprio prodotti, oltre ad usare un'enfasi vietata nella comunicazione al consumatore.
Certamente, il decreto legislativo 2 agosto 2007, n. 145 sulla pubblicità ingannevole tra professionisti prevede da anni un quadro di riferimento preciso, con sanzioni potenzialmente importanti, ma con la possibilità di provare ex post - onere della prova - la natura veritiera della pubblicità ai professionisti, senza l'obbligo di autorizzazione preventiva del "regolamento Claims".
Secondo alcuni, conformemente alla prassi che si osserva largamente, ci si poteva anche spingere oltre, nella comunicazione tra professionisti, fino a rivendicare benefici degli integratori alimentari nell'ambito di condizioni patologiche, poiché la legislazione in materia di etichettatura e pubblicità degli alimenti sarebbe stata sostanzialmente rivolta a tutelare i messaggi rivolti al consumatore finale.
Se quest'ultima interpretazione era già stata smentita, per l'Italia, dal provvedimento 21494/2010 dell'Autorità garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm), la non applicabilità del "regolamento Claims" alla comunicazione tra professionisti e aziende era stata formalmente riconosciuta da alcuni Stati membri in sede interpretativa. Del resto, il doppio binario in tema di pubblicità ingannevole (normativa destinata ai professionisti, come il citato d.lgs. 145/2007, e normativa destinata ai rapporti con i consumatori, in Italia recepita nel codice del consumo) lasciava supporre che anche nel campo del diritto alimentare si procedesse nello stesso modo. Lo stesso d.lgs. 145/2007 ha trovato così scarsa applicazione, e sempre su segnalazione palese di concorrenti, da non offrire numerosi spunti di riflessione a giuristi, esperti regolatori ed aziende.
Recentemente, la Corte di Giustizia dell'Unione europea ha invece formalmente ribaltato questa impostazione. Ci si può lamentare e si può criticare, forse anche a ragione, la sentenza da un punto di vista giuridico. Dal punto di vista regolatorio ed operativo, invece, resta però il problema di quali cambiamenti o riflessioni mettere in pratica a seguito di questo pronunciamento.



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