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Cattivo stato di conservazione. Una nozione abusata

'Cattiva' interpretazione della lett. b) dell' art. 5 della legge 283/1962.

Autori: Carlo e Corinna Correra
Fonte: rivista "Alimenti&Bevande" n. 6/2016
Data: 15/07/2016


Una delle norme più frequentemente usate, ma anche, purtroppo, “abusate” dagli organi del controllo ufficiale per le contestazioni di “non conformità” degli alimenti sul piano igienico-sanitario, è certamente quella collocata nella lettera b) dell’articolo 5 della legge n. 283 del 30 aprile 1962 (ancora oggi legge-quadro italiana per il controllo della salubrità di alimenti e bevande), norma secondo cui:

«Art. 5

È vietato impiegare nella preparazione di alimenti o bevande, vendere, detenere per vendere o somministrare come mercede ai propri dipendenti o comunque distribuire per il consumo sostanze alimentari:
[omissis];
in cattivo stato di conservazione; [omissis]».

Una previsione normativa, questa, che sin dalla sua nascita è stata, per così dire, di “sofferta” interpretazione da parte degli organi di controllo e da parte della stessa autorità giudiziaria.
Nei primi anni di vita della legge, infatti, il “cattivo stato di conservazione” dell’alimento (richiamato dalla norma in questione) venne interpretato sostanzialmente come “stato di alterazione” ovvero come una condizione di degenerazione bio-chimica del prodotto alimentare ovvero ancora come quella di una sua degenerazione quantomeno incipiente.
Solo a partire dalla metà degli anni ’80 (si veda la sentenza n. 9946 del 29 ottobre 1985 della Cassazione, Sezione penale VI) questa interpretazione, per così dire, “sostanzialista” (nel senso che si fondava sulla condizione “sostanziale” od intrinseca della sostanza alimentare) venne sostituita da un’interpretazione, diciamo così, “estrinseca” ovvero legata semplicemente alle “modalità esteriori od ambientali” di conservazione dell’alimento e prescindendo da una sua effettiva condizione di alterazione, anzi, presupponendo che quest’ultima ancora non fosse neppure iniziata.
Fu questa una soluzione interpretativa conseguente ad una visione “sistematica” della norma prevista dalla lettera b) dell’articolo 5 su indicato: una visione “sistematica” in quanto si tenne finalmente conto del sistema di norme in cui era inserita quella in questione ovvero furono considerate anche altre norme, contenute sempre nello stesso articolo 5 alle lettere c) e d). Due norme queste che in effetti – grazie alla loro più specifica formulazione – andavano a coprire proprio quegli aspetti di degenerazione bio-chimica del prodotto alimentare per i quali fino a quel momento gli operatori del diritto alimentare avevano ritenuto di applicare la fattispecie penale della lettera b) fondata appunto sulla nozione (“intrinseca”) di “cattivo stato di conservazione”.
Invero ed in particolare:

· la disposizione della lettera d) considerava espressamente – tra l’altro – lo “stato di alterazione” della sostanza alimentare;
· quella di cui alla lettera c) riguardava invece in particolare l’eccesso di cariche microbiche” dell’alimento.

Ci si rese dunque conto che la formula di “cattivo stato di conservazione” – adoperata dal legislatore del 1962 in sede di lett. b) dell’art. 5 – andava reinterpretata, se le si voleva dare un ruolo effettivo ed un proprio campo di applicazione, in senso non “sostanzialista” ovvero non legato alle condizioni intrinseche della sostanza alimentare, ma – in un’ottica di “prevenzione” dei fenomeni degenerativi – andava intesa con riferimento alle corrette modalità ambientali di conservazione necessarie per preservare la sostanza alimentare nella sua integrità e salubrità. Modalità che, ove non corrette, avrebbero appunto propiziato la degenerazione “sostanziale” dell’alimento.
Pertanto, la formula “cattivo stato di conservazione” va interpretata – secondo questa svolta giurisprudenziale della Cassazione culminata in una pronuncia a Sezioni Unite del 2002 – come “cattive modalità di conservazione”.
Decisiva fu al riguardo la considerazione che solo con questa soluzione interpretativa la disposizione della lettera b) dell’articolo 5 in questione avrebbe avuto un proprio campo di applicazione e ciò in quanto le altre soluzioni, quelle, per così dire, “sostanzialiste” sarebbero sempre state occupate – normativamente – da quanto disposto dalle norme della lettera c) e della lettera d) dello stesso articolo.



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