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Made in Italy. Per tutelarlo all' estero basta il codice penale

Necessarie solo minime modifiche delle norme esistenti.

Autori: Carlo e Corinna Correra
Fonte: rivista "Alimenti&Bevande" n. 3/2016
Data: 15/04/2016


Il 2016 potrebbe essere l’anno di “svolta” per la tutela penale dell’agroalimentare in genere e quello italiano in particolare, grazie ad una “risistemazione” della disciplina penale del settore, in corso di allestimento da parte di una commissione presieduta da Giancarlo Caselli, magistrato a tutti noto per la sua carriera di procuratore della Repubblica impegnato soprattutto contro le mafie di tutti i tipi ed ora anche contro le “agromafie”.
Le Linee guida della riforma2 già individuate e rese note sembrano, a questi Autori, di buon auspicio, rivolte come sono non tanto a creare nuove ipotesi di reato (che pure nella bozza di riforma ci sono), quanto anche ad eliminare varie normative speciali del settore alimentare. Normative che negli ultimi anni – a nostro giudizio – sono state varate più per dare soddisfazione “demagogica” (sia detto senza ipocrisia) ad alcune sollecitazioni corporative di parti sociali ben precise del mondo della produzione e non tanto, invece, per un’effettiva necessità del nostro ordinamento giuridico per la tutela del consumatore italiano e dei produttori onesti del “Made in Italy”. Il nostro sistema giudiziario, infatti, spesso ha già in sé le norme adeguate, il cui unico “torto” (?) è semmai quello di capitare – troppo spesso – in mani inadeguate ovvero incapaci di applicarle correttamente e fino in fondo e, quindi, con il giusto profitto di giustizia per l’intera collettività. Da qui il sempre più frequente ricorso, da parte del legislatore, a norme nuove “speciali”, talmente “speciali”, però, da determinare alla fine un palese disorientamento negli stessi organi – di controllo prima e giudiziari poi – chiamati a garantire il rispetto di quelle normative. Non solo, ma spesso è capitato pure che, per inseguire il fenomeno frodatorio del momento, si siano varate norme speciali “ad hoc” che poi in concreto si sono rivelate persino più blande di quelle generali preesistenti e che bene, invece, si sarebbero da subito potuto porre in campo per contrastare i fenomeni criminosi emergenti. A tal riguardo, ci stiamo riferendo per esempio – in materia di tutela dei prodotti (agroalimentari, ma non solo) del cosiddetto “Made in Italy” – alla legge 350/2003, il cui articolo 4 ha disciplinato la materia ai commi 49, 49 bis, 49 ter e 49 quater, disposizioni, queste, a mano a mano poi modificate e/o integrate con le leggi 99/2009, 166/2009, 134/2012 ed, infine, 9/2013. In pratica, un groviglio di norme, articoli e commi che basta da solo, con il suo stillicidio di modifiche e/o integrazioni, per offrire al nostro paziente Lettore la prova palpabile di quanto abbiamo criticamente appena affermato.
Un legislatore irrequieto, dunque, o… balbettante, se si preferisce, visto che non riesce mai a porre la parola fine alla sua produzione normativa sulla materia agroalimentare, e che – così facendo – in realtà più che tutelare l’interesse nazionale del “Made in Italy”, alimentare e non, ha finito per confondere sia i destinatari della norma stessa che i suoi organi di controllo. E questo nostro tono critico ha trovato conforto, riguardo a questa specifica normativa, proprio nelle Linee guida della Commissione “Caselli”, che ha collocato questa legge del 2003 (e le sue infinite leggi di modifica/integrazione) nell’elenco di quelle da abrogare.
A sua volta, però, la Commissione ha previsto pure l’introduzione di nuove figure di reato, su alcune delle quali è facile prevedere – sin da ora – un dibattito critico acceso e, secondo noi, non infondato. Anche perché la stessa Commissione ha – ingiustamente, a nostro giudizio – trascurato di richiamarne alcune da sempre presenti nel nostro codice penale e che finora, a quanto ci risulta, hanno avuto – almeno in campo alimentare – scarsissima o forse nessuna applicazione.



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