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Etichette nutrizionali. Confronto Usa - Europa in chiave evolutiva

Scopo, nutrienti obbligatori e facoltativi, posizionamento e health claims.

Autori: Corrado Finardi e Luca Bucchini
Fonte: rivista 'Alimenti&Bevande' n. 6/2014
Data: 24/07/2014


Con un sempre più chiaro riconoscimento delle malattie metaboliche e cosiddette “non trasmissibili” come prima causa di mortalità e morbilità, nuova linfa hanno guadagnato tutti gli interventi volti a limitarle. Alcuni, come l’etichettatura nutrizionale, sono da tempo al centro dell’attenzione, in quanto rispondono sia alla capacità di guida del decisore pubblico, che è in grado di determinarne i vari standard (lungo la linea che dall’obbligatorio va al volontario) sia alla capacità di assecondare o propiziare le scelte dei consumatori con “spintarelle” (nudges) di tipo comportamentale, incentivando l’emergere di comportamenti virtuosi.
La duplice portata – pubblica e privata – dell’etichettatura come strumento di policy, la sua semplicità e facilità di accesso, l’abitudine inveterata dei consumatori a farci i conti al momento dell’esperienza di shopping nonché il rappresentare di fatto un “collo di bottiglia” necessario rispetto alla manipolazione domestica degli alimenti sono tutti fattori che hanno determinato – e continuano a farlo ancora oggi – il diffuso interesse per l’etichettatura nutrizionale.
L’etichettatura nutrizionale sui prodotti alimentari preconfezionati rappresenta una delle principali fonti di informazione nutrizionale. Diversi studi (tra cui, non ultimo, il progetto europeo Flabel) ne sottolineano il ruolo nel favorire stili alimentari più sani. Le etichette nutrizionali, infatti, sono mediamente percepite come un’autorevole fonte di informazione e si attende che i consumatori le utilizzino per scegliere i prodotti da mettere nel carrello.
È di un certo interesse allora ripercorrere – in modo diacronico e comparativo – l’evoluzione dei regimi di applicazione dell’etichettatura nutrizionale entro le due macro-aree geografiche che rappresentano i baluardi e gli avamposti per la lotta alle malattie non trasmissibili, nonché i due maggiori Paesi produttori ed esportatori di derrate agroalimentari su scala globale e, più in genere, la maggiore area di scambio commerciale al mondo.
Farlo è di particolare utilità, soprattutto dopo che, nel 2012, il Codex Alimentarius ha presentato nuove linee guida globali sull’etichettatura nutrizionale. Inoltre, in un momento storico così delicato, in ragione dell’attuale dibattito sul Translatantic trade and investment partnership (Tipp), che mira all’armonizzazione normativa di tanti settori (tra cui l’Agrofood), è interessante capire la vicinanza effettiva di tale ambito di policy tra le due regioni.
In base ad una revisione circa l’efficacia degli interventi di policy in corso, risulterebbe che negli Usa l’etichettatura è riuscita a favorire una maggiore assunzione di nutrienti benefici, ma non di tutti.(1) Nello stesso tempo, diversi critici hanno sottolineato come, nonostante la pervasività dell’etichettatura nutrizionale, i tassi di obesità e sovrappeso siano continuati a crescere. Questa apparente contraddizione può essere facilmente risolta se si pensa che, da un lato, l’etichettatura aumenta la consapevolezza e guida a scelte più sane, dall’altro, che gli alimenti preconfezionati (che sono quelli etichettati) sono strutturalmente più problematici da un punto di vista composizionale.



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