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Tecnica IEF. Così si identificano le specie ittiche

Il metodo puo' supportare sia organi di controllo sia certificatori.

Autori: Maria Concetta Campagna, Nicola Bottalico, Giuseppe Muratore, Stefano Saccares
Fonte: rivista 'Alimenti&Bevande' n. 4/2014
Data: 22/05/2014


Nel panorama agroalimentare, il settore ittico figura tra i settori commerciali maggiormente soggetti a frodi di sostituzione di specie poiché contraddistinto da una diversificazione dell’offerta estremamente vasta.
Identificare le specie oggetto di frode in maniera inequivocabile e rapida è fondamentale per le implicazioni sanitarie, oltre che commerciali, connesse ad un’etichettatura non corretta. Tuttavia, l’identificazione morfologica, unica tecnica attualmente valida a livello legale in Italia, non è applicabile su prodotti ittici lavorati e trasformati, preferiti dal consumatore perché più pratici da utilizzare.
Ripetute frodi “di sostituzione” di una specie ittica pregiata con una di minor valore economico minano la fiducia dei consumatori e possono influire sulla sicurezza alimentare dei prodotti, che è appunto garantita principalmente dal rispetto della documentazione commerciale di accompagnamento e delle procedure di etichettatura.
La presenza di specie ittiche presenti nei nostri mercati provenienti ormai da ogni parte del mondo e l’aumento della commercializzazione di esemplari già filettati sui banchi di vendita rappresentano difficoltà spesso insormontabili per riconoscere l’origine e la provenienza dei prodotti ittici da parte dei Servizi veterinari e dei consulenti che si occupano della certificazione di filiera e qualità dei prodotti alimentari tramite l’identificazione morfologica. Infatti, quasi la metà dell’attuale consumo domestico di prodotti ittici in Italia (48,6% nel 2005, dati Ismea) riguarda prodotti lavorati e trasformati, tendenza che è andata aumentando nel corso degli anni.
In ambito sanitario, la possibilità di identificare con sicurezza le specie potenzialmente tossiche od allergeniche, oltre a quelle provenienti da areali inquinati o non controllati per la presenza di biotossine termoresistenti, assume un importante significato dal punto di vista della sicurezza alimentare.
La rintracciabilità a livello di filiera è garantita mediante l’etichettatura, disciplinata dal decreto Mipaaf del 31 gennaio 2008 relativo a modifiche ed integrazioni all’elenco delle denominazioni commerciali dei prodotti ittici, allegato al decreto ministeriale del 25 luglio 2005, comprendente la nomenclatura di ben 727 specie.
In particolare, l’identificazione di specie deve essere rivolta a tutelare il consumatore nei confronti delle specie ittiche nocive e i controlli devono essere effettuati (regolamento CE 854/2004, allegato 3, capo II) affinché non siano immessi sul mercato pesci velenosi appartenenti alle famiglie dei Tetraodontidae (nome scientifico dei pesci palla), Molidae, Diotontidae e Canthigasteridae, prodotti della pesca contenenti biotossine quali la ciguatossina (CFP) o le tetrodotossine (TTX). Le TTX possono essere contenute, oltre che dai pesci palla, anche da altri organismi marini quali: Jania spp, Astropecten spp, Veremolpa scabra, Charonia sauilae, Rapana venosa, Demania toxica, Yongeichthys criniger e Hapalochlaena maculosa. Nessuna di queste specie può essere commercializzata (il divieto in Italia risale al 1992) ed è dagli anni ’80 che nel nostro Paese non vengono segnalati casi di intossicazioni ad esse collegate. Sono state invece registrate diverse segnalazioni di specie appartenenti alla famiglia dei Tetraodontidae e di altre specie alloctone del Mar Mediterraneo. La prima segnalazione risale al 2003 e venne effettuata dai Servizi veterinari dell’Asl di Gaeta; nel 2005, invece, si riscontra la prima segnalazione di Lagocephalus sceleratus nel Mar Mediterraneo; successivamente sono state ricevute segnalazioni dai mercati della Campania, della Puglia, della Sicilia e della Sardegna.



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